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Dal mare un tesoro per la medicina

Una farmacia in fondo al mare. Non solo alghe, spugne, coralli, pesci, tunicati e gasteropodi: anche i sedimenti oceanici sono una miniera di sostanze utili contro le malattie.


É quanto hanno rilevato i ricercatori della Scripps Institution of Oceanography di San Diego, guidati dal professor William Fenical, uno dei pionieri della ricerca marina, dopo aver prelevato campioni dai fondali delle Bahamas.


Esplorando i fondali e analizzando i sedimenti, gli scienziati hanno scoperto che sono ricchissimi di microbi e batteri dalle capacità di generare potenti agenti in grado di combattere numerose patologie: come la Ciclomarina A che contrasta le infiammazioni cutanee, o la Salinospoeramide A, potente inibitore delle crescite tumorali. I primi esperimenti in mare risalgono ai primi anni Ottanta. La tecnologia ha fatto passi da gigante nell’esplorazione degli abissi marini e nuove forme di vita sono state scoperte a profondità fino a poco tempo fa impensabili.


Circa il 75 per cento delle medicine in commercio sono di origine naturale. Tra le più conosciute, aspirina (dalla corteccia del salice), morfina (dal papaver somniferum), penicillina (funghi microscopici delle muffe), artemisina (ricavata dalla pianta dell’artemisia indicata contro la malaria). Il serbatoio privilegiato è la Foresta amazzonica, da cui si ricava il 50 per cento dei principi attivi utilizzati in farmacologia.


Ora a questo scenario se ne affianca un altro: il mare. Considerando che si valuta intorno al 90 per cento la presenza nel mare di tutti i microrganismi della Terra, le probabilità di trovare un nuovo elemento sono cinquecento volte maggiori. «La biodiversità marina è una fonte straordinaria di scoperte. Negli organismi del mare si trovano sintetizzati composti complessi che non ci verrebbe mai in mente di realizzare nei laboratori chimici», afferma il professor Maurizio D’Incalci, dell’Istituto di Ricerche Mario Negri di Milano.


Le spugne producono una grande varietà di sostanze chimiche per difendersi dai predatori. L’Azt (che viene da loro estratto) è stato il primo antivirale efficace contro l’Aids.


«Il mare? Una risorsa perenne e ancora sconosciuta ma dalle potenzialità terapeutiche colossali», ha confermato l’etologo marino Chris Buttershill dell’Istituto australiano delle Scienze marine nell’ultima relazione tenuta l’ottobre scorso a Brisbane. Alcuni organismi, privi di armi offensive o autodifese corazzate, per difendersi dai predatori hanno fatto ricorso alla chimica. Le sostanze che producono sono estremamente valide per contrastare l’azione diluente dell’acqua di mare che potrebbe renderle inefficaci.


«Il materiale genetico Dna o Rna - prosegue Buttershill - si trova negli abissi oceanici da almeno un miliardo di anni e gli organismi multicellulari marini più semplici esistono da 800 milioni di anni. Questo gli ha permesso di sviluppare una formidabile azione di autodifesa chimica dagli attacchi patogeni». Buttershill ha individuato nelle barriere coralline, in particolare in quella australiana, la più alta concentrazione di soggetti potenzialmente “interessanti”.


Tra i tanti esempi citati l’etologo marino ha messo in evidenza la capacità delle spugne di produrre una grande varietà di sostanze chimiche, utilizzate per difendersi dai predatori, dagli agenti patogeni, per la competizione spaziale e per prevenire il fouling (la formazione di “escrescenze” sulla loro superficie da parte di altri invertebrati e alghe). Non a caso, l’Azt (estratto dalle spugne) è stato il primo antivirale efficace contro l’Aids. Sullo studio e l’allevamento delle spugne è impegnato anche il professor Roberto Pronzato del Dipteris dell’Università di Genova, che ha raccolto negli ultimi anni dati e risultati di assoluto rilievo scientifico.


Uno degli ultimi prodotti anticancro di origine marina che ha avuto via libera dall’Emea, l’Agenzia europea per la valutazione dei farmaci (dopo la bocciatura del 2003), è la trabectedina (già nota come Et-743) isolata da un tunicato (l’Ecteinascidia turbinata), che vive nelle acque dei Caraibi, dai ricercatori dell’industria farmaceutica spagnola Pharma Mar. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista medico-scientifica Lancet Oncology si è dimostrato efficace nella cura dei sarcomi dei tessuti molli, soprattutto i liposarcomi mixoidi. In Italia la trabectedina sarà commercializzata quest’anno, ma è già utilizzata in alcuni centri oncologici, come l’Istituto dei tumori milanese.


I Briozoi (piccoli animali coloniali incrostanti dalla struttura gelatinosa, membranosa o calcarea che si alimentano filtrando l’acqua del mare) producono sostanze antibatteriche utilizzabili come antibiotici e una di queste, la Briostatina (in fase di sperimentazione) potrebbe rivelarsi più che una speranza per i malati di Alzheimer, perché contiene un principio attivo che arresta la perdita di memoria.


Dal potentissimo veleno della conchiglia Conus victoria, è stato estratto un componente (l’Avc1) che, secondo gli esperti, darà origine ad un formidabile antidolorifico. Dall’oloturia, più nota come “cetriolo di mare”, ricercatori inglesi hanno ricavato la Lectina, una proteina in grado di bloccare la riproduzione del parassita della malaria. Alex Safarian, direttore della Novotech, azienda australiana specializzata nella ricerca farmaceutica e in biotecnologie, ha reso nota la sperimentazione di alcuni farmaci derivati dal mare per combattere il cancro alla vescica ricavati dall’Orecchio di mare della Tasmania (mollusco gasteropode) e per il trattamento della febbre da fieno derivati da un gamberetto dell’Atlantico.


Il Cnr ha ricostruito il genoma del riccio marino, passo fondamentale per generare le cellule staminali, e sta studiando le capacità rigeneratrici dei tessuti della stella marina. Ricercatori di San Diego hanno identificato una nuova sostanza antitumorale nell’alga L. Maiuscola che vive nei mari del Sud Pacifico, conosciuta come “capelli di sirena”. I ricercatori del Marine Biological Laboratory (Massachussetts) stanno cercando di estrarre dal pesce-rospo una proteina in grado di dare ai muscoli una eccezionale mobilità e reattività.


Dal veleno del pesce palla si estraggono sostanze per farmaci antidolorifici, neurologici e anestetizzanti. L’oftalmologo e neurologo Harris Ripps (Università dell’Illinois), studiando la struttura dell’occhio della razza, ha riscontrato caratteristiche che potrebbero dimostrarsi utili per la cura della retinite pigmentosa. Alghe, pesci e invertebrati sono la fonte d’ispirazione, diretta o indiretta, del 70 per cento dei farmaci introdotti negli ultimi venticinque anni.


Le formule chimiche delle sostanze curative vengono riprodotte in laboratorio: cosa accadrebbe se non si riuscisse a riprodurle artificialmente o non fosse economicamente conveniente? Resta il problema di fondo: come conciliare la ricerca e lo sfruttamento di questa grande risorsa con la sua salvaguardia?




Fonte: www.ilsecoloxix.it



   
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